Giovanni Soglian

Note Biografiche

  • E' nato a Cittàvecchia (anche detta Civitavecchia) di Lesina (ora Hvar) in Dalmazia il 3 marzo 1901, frequentò a Zara il Ginnasio Liceo come allievo del Convitto "Nicolò Tommaseo". Si laureò all'Università di Bologna alla facoltà di belle lettere nel 1925; insegnò al Ginnasio, alle Magistrali e al Seminario di Zara. Nel 1934 vinse il concorso di lettere italiane presso l'Università di Varsavia, riuscendo primo fra 2000 concorrenti.
  • Rimase a Varsavia per due anni. Successivamente venne nominato lettore presso l'Università di Sofia e dal 1936 al 1938 presso l'Università di Jasi in Romania, poi ritornò a Varsavia, Chisineu, Tighina, Cracovia, Lotz, Wilma e Katovice. Redattore capo per diversi anni del giornale S. Marco, pubblico vari lavori sulla storia della Dalmazia, sul Porto di Sebenico e sul "Dalmatico". Quest'ultimo, presentato quale tesi di laurea, venne stampato a spese dell'Università di Bologna.
  • Per la sua attività all'estero gli era stata proposta la medaglia di benemerenza, che però non gli fu conferita, dati gli eventi bellici. Nel 1939 venne nominato preside del Liceo Classico di Bressanone e nel 1941 Provveditore agli Studi in Dalmazia con sede a Spalato.
  • Nell'estate del 1943, presentendo eventi infausti per i nostri connazionali, invitò tutti i docenti italiani in penisola a non far ritorno in Dalmazia per gli esami di riparazione e la riapertura dell'anno scolastico, in aperto ed aspro contrasto col ministero che voleva a tutti i costi considerare normale una situazione politicamente precaria dopo gli eventi del 25 luglio. Convinto della giustezza delle proprie idee, che contrapponeva all'ottusa burocrazia centrale, dopo il 10 settembre 1943, ultimo giorno di amministrazione italiana a Spalato, mise in salvo tutti i connazionali, dalmati o peninsulari che fossero, su ogni naviglio passeggeri presente in porto. Inviata la moglie con i tre figli a Zara, rimase in città l'unica autorità statale italiana dopo la vergognosa fuga di gerarchi ed amministratori, sostituendosi a loro in soccorso della popolazione abbandonata a se stessa.
  • Tentò di organizzare al meglio un minimo di sopravvivenza civile e continuò a far imbarcare su qualsiasi naviglio, compresi carboniere e pescherecci, tutti gli italiani che poteva. E' difficile fare un conteggio preciso di quante persone siano state a beneficiare della sua generosità ma si ritiene che ammontino ad almeno un migliaio. In tal modo, dopo aver sfidato le autorità italiane, si pose in aperto contrasto con i partigiani che cercavano di fare giustizia sommaria degli italiani. Pur essendo il primo della lista di proscrizione fatta affiggere su tutti i muri, non solo non si nascose ma non fu tradito neanche dai croati che lo conoscevano. In continuazione gli fu offerta la possibilità di fuga che sempre rifiutò per non abbandonare docenti e popolazione nel caos. La sua cameriera croata, fedelissima, fece di tutto per proteggerlo.
  • Quando vennero a cercarlo, 21 settembre 1943, andò incontro ai suoi futuri carnefici consapevole di ciò che lo aspettava. Salutò i collaboratori, come se dovesse partire per un viaggio, allontanandosi serenamente da coloro che aveva protetto con il nascondiglio. E' superfluo ricordare che, se avesse voluto, si sarebbe salvato sicuramente in una città nota fin da ragazzo. Fu condotto nelle carceri di S. Rocco in Riva, antichi magazzini veneziani, e dopo due giorni fu fucilato con altri connazionali, prima dell'abbandono di Spalato, da parte dei partigiani, nella notte del 24 settembre. In una delle due grandi fosse comuni che i condannati furono costretti a scavarsi, fu riconosciuto da Maria Pasquinelli, insegnante elementare che gli fece da segretaria negli ultimi giorni di vita.
  • Uomo di animo mite e dal cuore generoso, altamente stimato come educatore e universalmente amato per la sua rettitudine e il suo senso della giustizia, Giovanni Soglian aveva rifiutato quindi di allontanarsi da Spalato o anche di nascondersi, quando gli erano state comunicate da amici fidati le intenzioni degli slavi. "Ho la coscienza tranquilla, aveva detto, perchè ho fatto sempre il mio dovere". Ed aveva aggiunto: "Se fossero giusti dovrebbero riconoscere che ho salvato almeno trecento croati. Se sono ingiusti mi affido nelle mani di Dio".

Riferimenti

indietro